Opus Dei e Franco: cade la leggenda nera
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Opus Dei e Franco: cade la leggenda nera
Opus Dei e Franco: cade la leggenda nera
Josemaría Escrivá con Giovanni XXIII e Álvaro del Portillo, in Vaticano, il 5 marzo 1960.
DI ANDREA GALLI
D ’accordo, l’Opus Dei non ha l’abitudine di assoldare sica­ri e torturare, ricattare il Vati­cano, complottare per controllare le redini della finanza globale, nutrire la sua volontà di potenza con riti pa­ra- mitraici, e certe tesi possono re­stare appannaggio di lettori obnubi­lati da Dan Brown o di allucinati va­ri. Però, in una conversazione tra per­sone raziocinanti e mediamente i­struite, messe da parte la paccottiglia e le leggende nere più inverosimili, una cosa resta difficile negare: l’Ope­ra è anche figlia della Spagna del Caudillo. L’Opera è un frutto della temperie politico-culturale, durata più di trent’anni, che va sotto il no­me di franchismo, con tutto ciò che questo comporta… o no? No, secon­do Patrice de Plunkett, direttore per anni del Figaro Magazine, che nel suo
Opus Dei, la verità, (Lindau, pagine 320, euro 22), da oggi in libreria, de­dica un grande spazio proprio a que­sto presunto marchio di origine, stig­ma resistente ai corsi e ricorsi del tempo.
In Italia, nel ’94, già Giuseppe Roma­no, in una ricca postfazione al best­seller di Vittorio Messori Opus Dei,
un’indagine, aveva fornito i dati per inquadrare la questione. De Plunkett torna sul tema, offrendo un ap­profondimento (anche su molti altri
cliché riguardanti l’Opus Dei) acces­sibile a chi fosse poco propenso ad af­frontare testi impegnativi, come la biografia in tre volumi di Escrivá de Balaguer scritta da Andrés Vázquez de Prada. Il giornalista francese (che, premette, non appartiene all’Opera né ha intenzione di entrarvi in futu­ro e ha voluto affrontare con rigore il suo oggetto di studio) parte dall’osti­lità del giovane Escrivá nei confron­ti della saldatura tra fede e naziona­lismo nella Spagna del dopoguerra civile. Quando, per dire, non pochi uomini di Chiesa si adeguano a salu­tare col braccio teso, mentre il sacer­dote di Barbastro rifiuta di farlo in o­gni circostanza, comprese le cerimo­nie ufficiali. Piccolo segno di un di­stacco dalla retorica nazionalista che non passa inosservato.
L’Opus Dei riceve proprio dalla forza muscolare del regime – la Falange –, oltre che da esponenti della Compa­gnia di Gesù, le prime dure conte­stazioni. Nel febbraio del ’43, la poli­zia politica prepara una retata di membri dell’Opera, accusati di «ap­partenere a una società segreta ne­mica della Falange e in connivenza con l’ambasciata inglese». Il 22 di­cembre del ’43, a Madrid, il Servicio de información y investigación, sem­pre della Falange, consegna alla se­greteria generale del Partito un rap­porto riservato sull’«organizzazione segreta» di Escrivá de Balaguer. Do­cumento che, insieme a un altro si­milare del ’44, mira a sferrare un «col­po mortale» alla cosiddetta «Obra». Tra le accuse, oltre a quella di atten­tare alle basi dell’ordine franchista, quella di fomentare un malsano «in­ternazionalismo », con una svaluta­zione della grandezza e unicità della Patria riconquistata, e quella, rivolta specificamente ad Escrivá, di «impe­dire a chiunque di unirsi al glorioso
Movimiento Nacional ». Campagne di questo tenore segnano gli anni ’40. Ma continueranno anche nei decen­ni successivi, quelli in cui l’«Obra» ve­de i primi membri diventare mini­stri.
All’inizio degli anni ’60, Arriba, l’or­gano del Movimiento nacional, e Pue­blo,
voce del «sindacato verticale», si scagliano contro tre ministri opu­sdeisti, mentre lo slogan «Franco sì, Opus no» si fa spazio nelle manife­stazioni nazional-popolari. Così nel 1960, quando l’Università di Navar­ra – patrocinata dall’Opus Dei – chie­de l’autorizzazione a rilasciare di­plomi universitari, si scontra con u­na resistenza dura e ramificata. Sem­pre la Falange, e in particolare il suo segretario generale, José Solis, cerca di mobilitare la stampa straniera: in­via emissari a Parigi per prendere contatto con alcuni quotidiani na­zionali, offrendo loro «informazioni sul conto dell’Opus Dei». Queste, no­nostante le fonti da cui provengono creino non pochi imbarazzi, verran­no pubblicate allargando la campa­gna mediatica contro la nuova e mi­steriosa realtà cattolica.
Per De Plunkett, anche i numeri del­la partecipazione di personalità del­l’Opus Dei ai governi franchisti par­lano di un coinvolgimento ben di­verso da quello della vulgata: su un totale di 116 ministri nominati da Franco in undici governi, dal 1939 al 1975, otto furono membri dell’Opus Dei. Uno di questi morì dopo la no­mina, altri quattro mantennero la ca­rica solo per una legislatura.
E se ci furono numerari o soprannu­merari franchisti, ce ne furono mol­ti altri su posizioni politiche distanti o opposte, essendo l’impegno politi­co di un membro dell’Opus Dei – sot­tolinea l’autore dell’inchiesta – frut­to di una scelta autonoma, in nulla vincolata alla casa madre (la quale si pone come semplice «distributore» di servizi spirituali, esclusivamente mirati alla santificazione personale). Qualche esempio. Rafael Calvo Serer, intellettuale di punta nella Spagna del dopoguerra, membro dell’Opus Dei, monarchico liberale, nel 1953 viene espulso dal Consiglio superio­re per la ricerca scientifica, avendo pubblicato un saggio critico verso la politica franchista. Nel 1967 fonda in­sieme ad Antonio Fontán, accade­mico e giornalista, anche lui mem­bro dell’Opus Dei, un quotidiano li­berale, il Madrid, che ospita rivendi­cazioni operaie e studentesche e spesso prende di mira il Caudillo. Ri­sultato: diciannove processi, dieci multe, quattro mesi di sospensione, incendio del giornale ad opera dei fa­langisti, fino alla chiusura imposta dall’alto, nel 1968, e l’esilio di Calvo Serer a Parigi.
Ancora. Nel marzo del ’66, alcuni gruppi dell’opposizione – intellet­tuali, studenti, militanti catalani, per­sino comunisti – si riuniscono in un congresso clandestino a Barcellona. Assediati dalla polizia, in 200 resisto­no per 48 ore, prima di capitolare ed essere arrestati. I leader di quell’adu­nata, che prenderà il nome di «Ca­putxinada », sono tre membri dell’O­pus Dei: Roberto Espí, Francesco Bro­sa e il giornalista Pere Pascual. Que­st’ultimo diventerà poi sacerdote.
Josemaría Escrivá con Giovanni XXIII e Álvaro del Portillo, in Vaticano, il 5 marzo 1960.
DI ANDREA GALLI
D ’accordo, l’Opus Dei non ha l’abitudine di assoldare sica­ri e torturare, ricattare il Vati­cano, complottare per controllare le redini della finanza globale, nutrire la sua volontà di potenza con riti pa­ra- mitraici, e certe tesi possono re­stare appannaggio di lettori obnubi­lati da Dan Brown o di allucinati va­ri. Però, in una conversazione tra per­sone raziocinanti e mediamente i­struite, messe da parte la paccottiglia e le leggende nere più inverosimili, una cosa resta difficile negare: l’Ope­ra è anche figlia della Spagna del Caudillo. L’Opera è un frutto della temperie politico-culturale, durata più di trent’anni, che va sotto il no­me di franchismo, con tutto ciò che questo comporta… o no? No, secon­do Patrice de Plunkett, direttore per anni del Figaro Magazine, che nel suo
Opus Dei, la verità, (Lindau, pagine 320, euro 22), da oggi in libreria, de­dica un grande spazio proprio a que­sto presunto marchio di origine, stig­ma resistente ai corsi e ricorsi del tempo.
In Italia, nel ’94, già Giuseppe Roma­no, in una ricca postfazione al best­seller di Vittorio Messori Opus Dei,
un’indagine, aveva fornito i dati per inquadrare la questione. De Plunkett torna sul tema, offrendo un ap­profondimento (anche su molti altri
cliché riguardanti l’Opus Dei) acces­sibile a chi fosse poco propenso ad af­frontare testi impegnativi, come la biografia in tre volumi di Escrivá de Balaguer scritta da Andrés Vázquez de Prada. Il giornalista francese (che, premette, non appartiene all’Opera né ha intenzione di entrarvi in futu­ro e ha voluto affrontare con rigore il suo oggetto di studio) parte dall’osti­lità del giovane Escrivá nei confron­ti della saldatura tra fede e naziona­lismo nella Spagna del dopoguerra civile. Quando, per dire, non pochi uomini di Chiesa si adeguano a salu­tare col braccio teso, mentre il sacer­dote di Barbastro rifiuta di farlo in o­gni circostanza, comprese le cerimo­nie ufficiali. Piccolo segno di un di­stacco dalla retorica nazionalista che non passa inosservato.
L’Opus Dei riceve proprio dalla forza muscolare del regime – la Falange –, oltre che da esponenti della Compa­gnia di Gesù, le prime dure conte­stazioni. Nel febbraio del ’43, la poli­zia politica prepara una retata di membri dell’Opera, accusati di «ap­partenere a una società segreta ne­mica della Falange e in connivenza con l’ambasciata inglese». Il 22 di­cembre del ’43, a Madrid, il Servicio de información y investigación, sem­pre della Falange, consegna alla se­greteria generale del Partito un rap­porto riservato sull’«organizzazione segreta» di Escrivá de Balaguer. Do­cumento che, insieme a un altro si­milare del ’44, mira a sferrare un «col­po mortale» alla cosiddetta «Obra». Tra le accuse, oltre a quella di atten­tare alle basi dell’ordine franchista, quella di fomentare un malsano «in­ternazionalismo », con una svaluta­zione della grandezza e unicità della Patria riconquistata, e quella, rivolta specificamente ad Escrivá, di «impe­dire a chiunque di unirsi al glorioso
Movimiento Nacional ». Campagne di questo tenore segnano gli anni ’40. Ma continueranno anche nei decen­ni successivi, quelli in cui l’«Obra» ve­de i primi membri diventare mini­stri.
All’inizio degli anni ’60, Arriba, l’or­gano del Movimiento nacional, e Pue­blo,
voce del «sindacato verticale», si scagliano contro tre ministri opu­sdeisti, mentre lo slogan «Franco sì, Opus no» si fa spazio nelle manife­stazioni nazional-popolari. Così nel 1960, quando l’Università di Navar­ra – patrocinata dall’Opus Dei – chie­de l’autorizzazione a rilasciare di­plomi universitari, si scontra con u­na resistenza dura e ramificata. Sem­pre la Falange, e in particolare il suo segretario generale, José Solis, cerca di mobilitare la stampa straniera: in­via emissari a Parigi per prendere contatto con alcuni quotidiani na­zionali, offrendo loro «informazioni sul conto dell’Opus Dei». Queste, no­nostante le fonti da cui provengono creino non pochi imbarazzi, verran­no pubblicate allargando la campa­gna mediatica contro la nuova e mi­steriosa realtà cattolica.
Per De Plunkett, anche i numeri del­la partecipazione di personalità del­l’Opus Dei ai governi franchisti par­lano di un coinvolgimento ben di­verso da quello della vulgata: su un totale di 116 ministri nominati da Franco in undici governi, dal 1939 al 1975, otto furono membri dell’Opus Dei. Uno di questi morì dopo la no­mina, altri quattro mantennero la ca­rica solo per una legislatura.
E se ci furono numerari o soprannu­merari franchisti, ce ne furono mol­ti altri su posizioni politiche distanti o opposte, essendo l’impegno politi­co di un membro dell’Opus Dei – sot­tolinea l’autore dell’inchiesta – frut­to di una scelta autonoma, in nulla vincolata alla casa madre (la quale si pone come semplice «distributore» di servizi spirituali, esclusivamente mirati alla santificazione personale). Qualche esempio. Rafael Calvo Serer, intellettuale di punta nella Spagna del dopoguerra, membro dell’Opus Dei, monarchico liberale, nel 1953 viene espulso dal Consiglio superio­re per la ricerca scientifica, avendo pubblicato un saggio critico verso la politica franchista. Nel 1967 fonda in­sieme ad Antonio Fontán, accade­mico e giornalista, anche lui mem­bro dell’Opus Dei, un quotidiano li­berale, il Madrid, che ospita rivendi­cazioni operaie e studentesche e spesso prende di mira il Caudillo. Ri­sultato: diciannove processi, dieci multe, quattro mesi di sospensione, incendio del giornale ad opera dei fa­langisti, fino alla chiusura imposta dall’alto, nel 1968, e l’esilio di Calvo Serer a Parigi.
Ancora. Nel marzo del ’66, alcuni gruppi dell’opposizione – intellet­tuali, studenti, militanti catalani, per­sino comunisti – si riuniscono in un congresso clandestino a Barcellona. Assediati dalla polizia, in 200 resisto­no per 48 ore, prima di capitolare ed essere arrestati. I leader di quell’adu­nata, che prenderà il nome di «Ca­putxinada », sono tre membri dell’O­pus Dei: Roberto Espí, Francesco Bro­sa e il giornalista Pere Pascual. Que­st’ultimo diventerà poi sacerdote.
amicidilazzaro- Numero di messaggi: 5
Data d'iscrizione: 26.01.08
IL SADISMO DELL'OPUS DEI
Alcuni membri numerari dell'Opus Dei (membri numerari e membri aggregati, che promettono anche di essere fedeli al celibato), sono chiamati, ai fini della mortificazione corporale (esaltata in più punti delle sue opere* dal fondatore, ed esplicitamente prescritta nel CODEX IURIS PARTICULARIS OPERIS DEI al Titolo 3, articolo 83), ad utilizzare una cinghia di metallo con punte acuminate, chiamata cilicio, sulla coscia per almeno due ore al giorno, e a frustarsi le terga ogni sabato con una frusta chiamata "disciplina". Entrambe le prescrizioni sono definite nel documento interno DE SPIRITU ET DE PIIS SERVANDIS CONSUETUDINIBUS del 1990 al punto 125 e nello statuto del 1950 al punto 260. Le pratiche di mortificazione corporale possono essere commutate in altre forme di mortificazione qualora insorgano problemi di salute. Solo alle numerarie di sesso femminile è inoltre chiesto di dormire su una tavola di legno con sopra una coperta di lana piegata in due o, in sua assenza, su un tavolo e, se numerarie ausiliarie, di lavare gli indumenti dei numerari.
*
Nel 1997 don Giussani ha affermato, utilizzando una metafora, che i ciellini sarebbero i «balilla, gli irregolari che tirano le pietre», mentre quelli dell’Opus Dei «hanno i panzer: vanno avanti ben corazzati, con i cingoli, anche se li hanno rivestiti di gomma. Il rumore non si sente, ma ci sono, eccome. E ce ne renderemo conto sempre di più»
BALILLA! PANZER! MIO DIO CHE BESTEMMIE!
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![]() | (...) un sorriso costa più di un' ora di cilicio-, è difficile dar spago all' orgoglio, alla (...) Il cilicio di metallo viene allacciato da alcuni numerari e aggregati intorno alla coscia due ore al giorno. Questa pratica è stata criticata da numerosi dermatologi per il rischio di infezioni nel contatto tra sangue e sudore, nonché da taluni psicologi che la considerano espressione di latente malessere psichico. La frusta, chiamata "disciplina", al contrario del cilicio non viene utilizzata ogni giorno, ma il sabato. San Josemaría Escrivá era spesso cruento nelle sue flagellazioni, aggiungendo pezzi di vetro e lamette all'estremità del flagello. Esistono testimoni che confermano la scia di sangue che talvolta lasciava dopo essersi flagellato sui muri della stanza e sul pavimento (Ferruccio Pinotti, "Opus Dei segreta", BUR). | |
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Nel 1997 don Giussani ha affermato, utilizzando una metafora, che i ciellini sarebbero i «balilla, gli irregolari che tirano le pietre», mentre quelli dell’Opus Dei «hanno i panzer: vanno avanti ben corazzati, con i cingoli, anche se li hanno rivestiti di gomma. Il rumore non si sente, ma ci sono, eccome. E ce ne renderemo conto sempre di più»
BALILLA! PANZER! MIO DIO CHE BESTEMMIE!
giacomo- Numero di messaggi: 3
Data d'iscrizione: 26.01.08
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